
SCARTO
2026
Misure variabili
Installazione di piastrelle
Ci sono momenti in cui la materia sembra parlare di noi e ciò che resta diventa più eloquente di ciò che si compie.
SCARTO nasce da questa soglia sottile, da quello spazio sospeso in cui la forma non è ancora, o non è più, intera.
L’opera è costituita da piastrelle, residui di un processo produttivo, elementi nati per aderire ad un pavimento, per diventare base, fondamento e che da qui, vengono liberati dalla loro funzione, chiamati ad esistere come pura presenza.
In un’epoca in cui il ritmo della vita è scandito dalla necessità di essere performanti, utili, costanti, SCARTO diventa simbolo di tutto ciò che non rientra nei parametri dell’efficienza: la pausa, la stanchezza, l’incertezza, l’incompiutezza.
Questa installazione assume allora una valenza esistenziale: parla di chi, nel proprio percorso, attraversa momenti di sospensione, in cui le energie sembrano esaurite e il tempo si ferma.
È in questa sospensione che si rivela la verità più intima dell’essere umano, non siamo linee rette di crescita, siamo sistemi che generano costantemente errori, ritardi, deviazioni, materia viva del nostro stesso divenire.
Le piastrelle, attaccate senza ordine cromatico né di disegno, compongono un paesaggio silenzioso, un coro muto di piastrelle che non cercano una forma superiore ma un equilibrio possibile.
In questo gesto di disposizione, paziente e quasi rituale, si manifesta un tentativo di ricominciare dalla base, di riconoscere nello “scarto” non una condizione di perdita ma di potenziale rigenerazione.
Ogni piastrella si fa allora specchio di una condizione collettiva, quella di una generazione e di un tempo, che fatica a sentirsi “in forma”, che si misura costantemente con l’idea di mancanza, ma che proprio da quella mancanza, prova a ripartire.
SCARTO non vuole raccontare una rinascita compiuta, ma il momento prima: quello fragile, incerto, in cui ancora non si sa come riprendere il passo. È un lavoro muto ma densissimo, dove la disposizione delle piastrelle costruisce un ritmo interiore, dove il gesto di attaccare diventa un atto di resistenza e di cura un modo per dire: “sono ancora qui e sto provando a ricomporre”.
Un’opera che non cerca di superare la fragilità ma di abitarla, riconoscendola come parte fondante dell’esperienza umana e creativa. Forse è proprio da li, dal fondo, che ogni rinascita comincia.